Rotolare

Lui l’ha vista arrivare. L’automobile della signorina S. era ferma all’incrocio di Rue Frémicourt, indecisa tra l’attraversare e l’andarsene. Ha lasciato scorrere i secondi, ha preso tempo come è abituata a fare in teatro, poi ha attraversato. Ha parcheggiato, è scesa, si è diretta verso di lui. Indossava l’abito in tweed di mousseline con i bottoni di perla che il signor L. le ha regalato il mese scorso. Tacchi altissimi.
Quell’uomo è una donna bellissima, secondo lui. Non si tratta della deriva di un corpo maschile che naviga verso l’approdo di quello femminile, né tantomeno del corpo femminile che illumina gli oscuri recessi della mascolinità. Non è una questione di convergenza o di perfezione, di punto d’incontro o di sintesi. E non è nemmeno l’intero cui faceva riferimento Platone. Semmai si tratta del contrario. E’ il modo con cui la signorina S. ha rimontato in sé i frammenti che la compongono, a suscitare la sua ammirazione, realizzando un essere che incrocia il sé con l’altro, l’ontologia con la fenomenologia, l’identità con il mondo. Non si tratta del trionfo della volontà di Schopenhauer né della palingenesi nicciana. E’ l’abbandono, la navigazione, la metamorfosi.
Il signor L. sa di non essere in grado di rotolare in sé stesso a quel modo. Vicarierà la questione rotolando con lei, tra poco.

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