La ferita

Si sono conosciuti alcuni giorni fa sulla terrazza del Marly, dove lei sorseggiava un aperitivo con l’architetto P. e altri amici e lui si è fermato per farsi consegnare certi dettagli dell’immobile di rue Eugène Manuel che devono essere eseguiti quanto prima. L’architetto P. si sta occupando degli interni dell’appartamento che il signor L. ha venduto all’avvocato R. e Martine è una sua collaboratrice. La ragazza sta seguendo le boiserie e gli arredi fissi e gli ha chiesto di realizzare, nella perfezione delle cornici del salotto, una spaccatura molto ruvida nella quale incastonare i libri più preziosi dell’avvocato R. Lui ha ascoltato con attenzione le sue spiegazioni, ha chiesto alcune precisazioni riguardo la resina con cui ella intendeva rifinire la ferita sul muro ma non è riuscito a distogliere lo sguardo da quel corpo così asciutto e nervoso, come la batteria di Daughn Gibson in The Sound Of Law.
Stamattina si è svegliato pensando a lei o, per meglio dire, Martine si è intrufolata nel suo sonno e lo ha condotto di scatto verso la veglia. Non sa che cosa stava sognando prima di svegliarsi, una nuvola grigia e informe, di una consistenza impalpabile, quando all’improvviso l’ha vista davanti agli occhi. L’ha guardata soltanto un attimo. Anche lei lo ha guardato. Uno sguardo fulmineo. Poi ha sentito solo il desiderio di spalancarle le gambe e affondare la faccia tra le sue cosce. Voleva sentire il suo odore. Voleva leccarla come un cane che consola una ferita di cui non conosce ancora il nome.

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4 risposte a La ferita

  1. Un finale di certo inaspettato 😀

  2. L. ha detto:

    Molto si svolge nel sottosuolo, in effetti 🙂

  3. Gildo Priblic ha detto:

    Fino al diciottesimo secolo il problema della misura della longitudine era vissuto come oggi può essere vissuta la ricerca di una cura per il cancro. Navi cariche di migliaia uomini e di ricchezze incalcolabili frangevano sugli scogli perché non erano in grado di conoscere la loro posizione sulla terra. Dava Sobel ha pubblicato nel 1998, anno topico per L., la vicenda di una scoperta rivoluzionaria per l’epoca, il titolo del libro è “Longitudine”, e traccia i contorni di una figura, quella di John Harrison, un orologiaio inglese dilettante, che fu il primo a costruire un orologio abbastanza affidabile da risolvere il problema. Tra le tante teorie sbocciate all’epoca segnalo quella, raccontata nel libro, del “cane ferito”, giusto per non confondere troppo L.
    In quel periodo venne inventato un medicamento portentoso, la polvere simpatica, che cicatrizzava le ferite a distanza, bastava cospargere di tale polvere una benda che aveva avvolto la ferita. So che L. ne è a conoscenza, avendola usata. Per risolvere il problema della misura della longitudine si pensò quindi di portare a bordo un cane ferito. A mezzogiorno una persona a terra cospargeva con la polvere simpatica delle bende che in precedenza ne avevano avvolto le ferite. Il cane in quel momento avrebbe guaito per il dolore segnalando all’equipaggio che a Londra era, appunto, mezzogiorno. Naturalmente il cane doveva rimanere ferito e quindi veniva torturato per tutto il viaggio. Le navi, ovviamente, continuavano ad andare per scogli. Il diletto, talvolta, guaisce dentro, latra, ulula e trova un’epifania nella certezza dello scorrere del tempo.

  4. L. ha detto:

    Priblic sa che il signor L. sa. Ma entrambi tacciano. Tocca dunque a lui rammentare “Il manuale degli strumenti nautici” e le diverse congetture circa l’introduzione dell’astrolabio e delle carte nautiche nella moderna navigazione oceanica. Ben prima della polvere simpatica e dell’orologiaio Harrison. E’ anche vero che il problema non è definitivamente risolto, prova ne siano le incertezze del capitano Kirk.

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